Separazioni e divorzi: il sostegno delle regioni ai coniugi in stato di disagio economico

Separazioni e divorzi: il sostegno delle regioni ai coniugi in stato di disagio economico

Oggi 17 novembre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: separazioni e divorzi

Italsecurity Agency Investigatore Privato Tradimento

E’ diventato realtà nella regione Puglia il sostegno dei coniugi separati o divorziati che versano in particolari condizioni di disagio economico. Si dà seguito al lavoro di qualche mese fa, del Consiglio regionale, portato avanti dalle commissioni Servizi sociali ed Edilizia residenziale che avevano approvato all’unanimità la proposta di legge presentata dal gruppo di Forza Italia con la previsione degli interventi a sostegno.

Sostegno ai coniugi separati o divorziati: in cosa consiste

Sono tre i binari sui quali si muove il testo, come ha chiarito all’Ansa il primo firmatario della proposta, Giandiego Gatta: assistenza economica e mediazione familiare, grazie a prestiti senza interessi o a tasso agevolato e rimborso dei ticket sanitari in base alla capacità reddituale nonché valorizzando i consultori pubblici e privati. E ancora sostegno abitativo, grazie agli accordi con le ‘Agenzie Regionali per la Casa e l’Abitare’ e promozione di progetti di gestione di immobili da destinare in via temporanea. Previsti, inoltre contributi ai Comuni per la locazione di alloggi di proprietà pubblica a canone concordato, per la concessione del fondo di sostegno alla locazione e per le persone che si trovano nelle condizioni di accesso al fondo per la morosità incolpevole.

Sostegno ai coniugi in disagio economico: i provvedimenti delle regioni

Il finanziamento iniziale è di 500mila euro: dei quali 140mila euro per il rimborso di ticket sanitari e prestiti a tasso agevolato, e i restanti 350mila che serviranno come contributo ai comuni per la locazione di alloggi di proprietà pubblica a canone concordato e per il sostegno ai morosi incolpevoli.

L’iniziativa pugliese però non è la prima nel nostro Paese. Altre realtà infatti portano avanti simili iniziative. Per il sostegno abitativo e, in particolare per le graduatorie di edilizia residenziale pubblica, si era fatta avanti già la Regione Lombardia. «I coniugi legalmente separati o divorziati, in condizioni di disagio, che a seguito di provvedimento giudiziario perdono la disponibilità della casa di famiglia, assegnata all’altro coniuge, possono partecipare ai bandi per l’assegnazione di un alloggio pubblico – si legge nel sito dell’ente – il regolamento regionale 7 del 2015 riconosce ai genitori legalmente separati o divorziati un punteggio equiparato a quello riconosciuto ai “richiedenti” sottoposti a procedure di sfratto».

In Sardegna, inoltre, c’è una proposta di legge presentata dal consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Paolo Truzzu, e dal presidente dell’associazione “Mamme e Papà separati in Sardegna” (Amps), Giampaolo Pisanu per interventi (che si rifanno ad u fondo di 2 milioni di euro) per sostenere i genitori che nella fase della separazione si trovano costretti ad abbandonare la casa coniugale senza avere un luogo alternativo dove dormire e poter incontrare i figli.

Fonte: Separazioni e divorzi: il sostegno delle regioni ai coniugi in stato di disagio economico (www.studiocataldi.it)

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Vietato pubblicare le foto dei figli su Facebook, a prescindere dal consenso dei genitori

Vietato pubblicare le foto dei figli su Facebook, a prescindere dal consenso dei genitori

Oggi 8 novembre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: pubblicare foto di minori

Vietato pubblicare le foto dei figli su Facebook

La mera pubblicazione delle foto dei bambini sui social network è di per sé stesso un atto pregiudizievole per gli stessi. Questa l’importante motivazione della prima sezione del Tribunale di Mantova nel decreto sotto allegato, a proposito di un caso del quale ci eravamo occupati nei mesi scorsi quando c’era stata una prima innovativa pronuncia in tema di privacy dei minori.

A ricordare la vicenda, ancora una volta è l’avvocato Camilla Signorini che spiega «i genitori, ex conviventi non sposati, nonostante il procedimento iniziato nella forma contenziosa con ricorso ex art. 337 bis, avevano sottoscritto, con l’aiuto dei rispettivi difensori, un accordo, che il Collegio ha poi recepito, secondo il quale ‘la madre e il padre si impegnano a non pubblicare alcuna fotografia sui social dei minori e ad eliminare tutte quelle a tutt’oggi da loro stessi postate’.

La richiesta in tal senso parte dal padre, mio assistito, infastidito dalla assidua pubblicazione delle immagini dei figli minori sui social (in particolare su Facebook), da parte della madre, ex compagna. Con la collaborazione del legale della madre, i genitori si erano accordati per la sottoscrizione della clausola, stabilendo il reciproco divieto di pubblicazione e la rimozione delle foto già postate».

Tutto è bene quel che finisce bene? Le cose purtroppo non sono andate secondo l’accordo perché la madre ha continuato a postare foto dei bambini.

«Quella volta i genitori, si erano semplicemente accordati davanti ad un tribunale, la madre aveva detto che non avrebbe più pubblicato foto dei figli. Questo accordo è stato omologato dal Tribunale ma la signora non si è attenuta a questa sorta di “autoimposizione”. Non solo non ha rimosso tutte le foto, ma ne ha aggiunte di nuove, ogni giorno praticamente. A questo punto il padre si è rivolto di nuovo a me, come suo legale, per chiedere al giudice un provvedimento che ordinasse (in questo caso nel vero senso del termine) alla donna di rimuovere le foto postate prima della conclusione dell’accordo, intimando di non aggiungerne ulteriori».

Nello specifico, il legale ha anche domandato, in aggiunta che ad ogni ulteriore violazione la signora fosse condannata al pagamento di un’ammenda alla cassa delle ammende, inoltre «abbiamo chiesto il risarcimento dei danni per le foto già postate e anche perché la signora appartiene ad un gruppo e la pubblicazione delle foto dei bambini sono associate ad attività poco chiare». Da qui la richiesta di un provvedimento d’urgenza, inaudita altera parte.

«Considerato che ci sono anche delle richieste sul cambiamento delle modalità di affidamento – spiega Signorini – intanto abbiamo chiesto al giudice che, in via d’urgenza, si pronunciasse subito sulle fotografie». E così è stato. Il collegio ha accolto l’istanza senza nemmeno convocare la madre, preso atto delle prove fornite (fotografie, date), ed ha stabilito che non solo la signora ha violato l’accordo ma, soprattutto, ha statuito che la mera pubblicazione dei bambini sui social network è di per sé stesso un atto pregiudizievole per gli stessi.

«I bambini hanno diritto all’immagine – precisa l’avvocato Signorini – come dice la Convenzione di New York del 1989, l’articolo 10 del codice civile, e l’articolo 8 del Regolamento europeo che entrerà in vigore a gennaio. È nelle motivazioni il punto importante della decisione dei giudici – e poi conclude – all’udienza si parlerà della richiesta che abbiamo fatto perché la signora venga multata, del risarcimento dei danni e delle modalità di affidamento ma intanto il giudice ha voluto dare subito questo provvedimento. Noi l’abbiamo notificato alla signora, la quale imperterrita ha continuato a pubblicare foto, quindi è stato necessario notificare un atto di precetto con la formula esecutiva con un’ulteriore intimazione. Adesso la signora ha tolto alcune foto ma non tutte quindi stiamo decidendo se rivolgerci alla polizia postale perchè provveda».

Fonte: Vietato pubblicare le foto dei figli su Facebook, a prescindere dal consenso dei genitori (www.studiocataldi.it)

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Divorzio: la nuova convivenza dell’ex non basta per dire addio all’assegno

Divorzio: la nuova convivenza dell’ex non basta per dire addio all’assegno

Oggi 18 ottobre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: criteri determinazione assegno divorzile

Ital@Security Agency - Investigatore Privato - Assegno Divorzile

Per potersi sollevare dal pagamento dell’assegno divorzile all’ex coniuge non è sufficiente dimostrare che questi conviva con il nuovo compagno.

Nuova unione come famiglia di fatto

Per la Corte di cassazione, infatti, serve qualcosa in più, ovverosia la prova della sussistenza di tutti gli elementi idonei a qualificare la nuova unione dell’ex come una famiglia di fatto alla quale l’attuale partner offra uno stabile apporto economico.

Onere della prova

Con l’ordinanza n. 25074/2017 del 23 ottobre, i giudici di legittimità hanno così confermato il rigetto delle pretese di un uomo che, partendo dal presupposto che la ex moglie avesse intrapreso una convivenza con un nuovo partner, auspicava di essere esonerato dal versamento del contributo economico mensile alla donna.

Nel corso del giudizio di merito era infatti mancata la prova che la nuova relazione intrapresa dalla ex avesse i connotati di una famiglia di fatto, tale da legittimare il venir meno dell’assegno. La Corte, ratificando la decisione di secondo grado, ha a tal proposito precisato che “la dimostrazione dell’instaurazione da parte del coniuge beneficiario di un nuovo rapporto familiare che assuma i suddetti connotati spetta, in linea di principio, al coniuge onerato, come fatto estintivo del diritto all’assegno divorzile”.

Fonte: Divorzio: la nuova convivenza dell’ex non basta per dire addio all’assegno (www.studiocataldi.it)

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Divorzio: il divario dei redditi tra i coniugi non conta più, addio assegno

Divorzio: il divario dei redditi tra i coniugi non conta più, addio assegno

Oggi 18 ottobre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: criteri determinazione assegno divorzile

Ital@Security Agency - Investigatore Privato - Assegno Divorzile

La Corte di Cassazione continua a fare applicazione del principio stabilito dalla sentenza 11504/2017 (per approfondimenti: Divorzio: la Cassazione dice addio al tenore di vita. Ecco le motivazioni) con cui la giurisprudenza di legittimità ha sancito l’abbandono del riferimento al “tenore di vita goduto in costanza di matrimonio” come parametro per il riconoscimento dell’assegno divorzile.

Nella recente ordinanza n. 23602/2017, la sesta sezione civile ha infatti accolto il ricorso di un uomo a carico del quale la Corte d’Appello aveva posto l’obbligo di versamento all’ex coniuge di un assegno divorzile di 200 euro mensili.

La Corte territoriale aveva giustificato il riconoscimento dell’assegno nei confronti dell’ex moglie in quanto costei, benchè svolgesse un’attività lavorativa dipendente e le fosse stata assegnata la casa coniugale, non aveva redditi adeguati a conservare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, tenuto conto del divario tra le retribuzioni delle parti e la necessità di riequilibrare le situazioni economiche degli ex coniugi.

Nel ricorso in Cassazione, l’onerato evidenzia che la funzione dell’assegno divorzile, ai sensi dell’art. 5, comma 6, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (come sostituito dall’art. 10 della legge n. 74/1987), è assistenziale e la sua ex era in possesso di mezzi e redditi che le avrebbero consentito di vivere un’esistenza autonoma e dignitosa essendo stata anche assunta a tempo indeterminato.

Un motivo fondato per gli Ermellini, i quali rammentano che l’orientamento applicato dalla Corte di merito circa la verifica delle condizioni legali per attribuire l’assegno divorzile, è stato recentemente superato dalla giurisprudenza di legittimità.

Divorzio: niente assegno per il divario reddituale tra i coniugi rispetto alla costanza di matrimonio

Secondo tale rinnovata interpretazione, richiesto l’assegno divorzile, il giudice del divorzio deve svolgere un giudizio distinto in due fasi: nella prima, quella dell’an debeatur, deve verificare se la domanda dell’ex coniuge richiedente soddisfa le relative condizioni di legge (ossia la mancanza di mezzi adeguati o, comunque, l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive).

Ciò non avviene, tuttavia, con riguardo ad un “tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio”, ma con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica dell’ex desunta da una serie di principali “indici” ossia: il possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri “lato sensu” imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente); la capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso e al mercato del lavoro dipendente o autonomo); la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

L’onere probatorio della non indipendenza o autosufficienza economica, precisa la sentenza, incombe sul richiedente medesimo, in base alle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove da lui offerte, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge.

Le condizioni reddituali dell’altro coniuge possono avere rilievo solo riguardo la seconda ed eventuale fase della quantificazione dell’assegno, a cui si accede solo se la prima si sia positivamente conclusa per chi richiede l’assegno: nella fase del “quantum debeatur”, infatti, emergono tutti gli elementi indicati dalla norma («condizioni dei coniugi», «ragioni della decisione», «contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune», «reddito di entrambi») che il giudice valuterà anche in rapporto alla durata del matrimonio al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno divorzile.

Per il riconoscimento dell’assegno divorzile non è dunque sufficiente, come nel caso di specie, che il giudice fondi l’accoglimento della domanda sulla base del mero divario tra le retribuzioni e sull’inadeguatezza dello stipendio percepito dalla donna se raffrontato alla situazione economica in costanza di matrimonio. In virtù di tali principi, il ricorso va accolto con rinvio alla Corte d’Appello in diversa composizione.

Fonte: Divorzio: il divario dei redditi tra i coniugi non conta più, addio assegno (www.studiocataldi.it)

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Trasferimento legge 104: la sorella del disabile grave ha diritto alla precedenza anche se ci sono i genitori

Trasferimento legge 104: la sorella del disabile grave ha diritto alla precedenza anche se ci sono i genitori

Oggi 13 ottobre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: permessi legge 104

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Il lavoratore del comparto scuola (insegnante/personale A.T.A.) che presta assistenza al parente entro il secondo grado con handicap grave, ha diritto di usufruire della precedenza nei trasferimenti ex l. 104/92 e del beneficio della esclusione dalle graduatorie dei perdenti posto, anche qualora i genitori siano vivi ed abili, e tale diritto non può essere negato o limitato dalla contrattazione collettiva. È quanto ha statuito il Tribunale di Tempio Pausania con la sentenza n. 380/2017 del 19.07.2017, che ha dichiarato la nullità del CCNI sulla mobilità del comparto scuola per contrasto con norma imperativa di legge, ed in particolare con l’art. 33 co. 3 e 5 della l. 104/92.

Il caso

La vicenda vedeva protagonista un’insegnante di scuola primaria, unica sorella di soggetto con disabilità grave (nella specie sindrome di Down) che, pur usufruendo dei permessi mensili di cui all’art. 33 co. 3 l. 104/92, si era vista negare il diritto di precedenza sui trasferimenti nel luogo di residenza del fratello disabile, di cui all’art. 33 co. 5 L. 104/92, in quanto situazione non contemplata tra le ipotesi di precedenza di cui al CCNI mobilità del comparto scuola, essendo i genitori della stessa ancora vivi ed abili; l’insegnante, quindi, impugnava il CCNI sulla mobilità dinanzi al Tribunale di Tempio Pausania, per chiederne la declaratoria di nullità per contrasto con norma imperativa di legge.

La scelta della sede di lavoro più vicina ex legge 104/92

La l. 104/92, come modificata dalla l. 4 novembre 2010 n. 183, prevede all’art. 33 co 3 che: “Il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravità, coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione in gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti, ha diritto a fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa. […]”.

Il legislatore, con l’intervento normativo del 4.11.2010, ha stabilito, al successivo co. 5 dello stesso art. 33 che: “Il lavoratore di cui comma 3 ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.”

I CCNI sulla mobilità del comparto scuola

L’attuale CCNI a.s. 2017/2018 (art. 13 co. 1 punto IV), riproponendo pedissequamente l’art. 7 punto V e art. 7 co. 2 dei CCNI a.s. 2016/2017 e a.s. 2015/2016 – vigente all’epoca della proposizione del ricorso che ha portato all’emissione della sentenza in esame – prevede che “qualora entrambi i genitori siano impossibilitati a provvedere all’assistenza del figlio disabile grave, perché totalmente inabili, viene riconosciuta la precedenza nei trasferimenti, alla stregua della scomparsa di entrambi i genitori, anche ad uno dei fratelli o delle sorelle”.

Lo stesso art. 13 CCNI prevede al co. 2 che il personale beneficiario delle precedenze previste ai punti III), IV) e VII) di cui al comma 1 non sia inserito nella graduatoria d’istituto per l’identificazione dei perdenti posto da trasferire d’ufficio.

La sentenza del Tribunale di Tempio Pausania

Il Tribunale di Tempio Pausania – dopo aver precisato che l’art. 33 co. 5 l. 104/92 non configura comunque in capo ai beneficiari un diritto assoluto e illimitato e di conseguenza non può essere fatto valere in mancanza di posti vacanti e disponibili, o al di fuori delle procedure di mobilità – riconosce la domanda proposta dalla lavoratrice meritevole di accoglimento.

Le sentenza in esame rilevando, infatti, il contrasto sopra evidenziato tra la l. 104/92 e i CCNI sulla mobilità del comparto scuola, succedutisi dalla data di deposito del ricorso ad oggi, ritiene irragionevole la restrizione dell’ambito dei soggetti beneficiari del diritto di precedenza operata dai CCNI.

Il giudice sardo, richiamando i principi già enunciati dal Tribunale di Pesaro nella sentenza n. 320/2005 e dalla Corte d’Appello di Sassari nella sentenza n. 43/2015, precisa che la l. 104/92, norma nazionale quadro di riferimento in materia di tutela dell’handicap, non consente alcuna esclusione o gerarchia, non potendo tale disposto essere applicato solo parzialmente, scegliendo arbitrariamente i soggetti beneficiari.

Tanto più se si osserva che oggetto di tutela della citata legge non è il lavoratore che accede al diritto di precedenza, ma il soggetto portatore di handicap, che ha diritto ad essere agevolato nel ricevere assistenza dai parenti più prossimi. L’autonomia contrattuale delle parti, sottolinea il Giudice, non può quindi porsi in contrasto con norme imperative di legge, poste a tutela di valori costituzionalmente protetti.

Tale iter logico giuridico ha portato il Tribunale di Tempio Pausania a dichiarare la nullità parziale dei contratti collettivi nazionali integrativi sulla mobilità del personale docente, educativo e A.T.A. per l’a.s. 2015/2016, per l’a.s. 2016/2017 e per l’a.s. 2017/2018 per contrasto con norma imperativa di legge, laddove limitano il diritto di precedenza ed il diritto ad essere escluso dalle graduatorie di istituto dei perdenti posto al personale che presta assistenza al germano, nella sola ipotesi di genitori mancanti o con inabilità permanente, senza prevedere analogo diritto in favore di chi presta assistenza al germano in analoga situazione di handicap con genitori vivi ed abili.

Fonte: Trasferimento legge 104: la sorella del disabile grave ha diritto alla precedenza anche se ci sono i genitori (www.studiocataldi.it)

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I nuovi criteri per la determinazione dell’assegno di divorzio

Le chat su WhatsApp valgono come prova

Oggi 10 ottobre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: criteri determinazione assegno divorzile

Ital@Security Agency - Investigatore Privato - Assegno Divorzile

Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

I presupposti dell’assegno di divorzio

L’assegno divorzile trova presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre, a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. Ai fini del calcolo rileva il deterioramento, a causa del divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere per quanto possibile ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio.

La Corte di Cassazione ha sempre ritenuto che il parametro di riferimento – al quale dover rapportare “l’adeguatezza” o meno dei “mezzi” – è rappresentato dal “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio” (Cass. n.3341/1978, Cass. n.4955/1989, Cass. n.11686/2013, Cass. n.11870/2015).

La Cassazione Civile, sez. I, sentenza 10/05/2017 n° 11504, ha abbandonato il criterio di adeguamento dell’assegno divorzile al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. La Corte ha stabilito che il criterio del tenore di vita, applicato all’an debeatur, non possa più essere il valido criterio per la determinazione dell’assegno divorzile, proprio perchè, con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale e tale criterio, una volta applicato limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto, finirebbe per operare un ripristino del vincolo.

Il principio espresso nella suddetta pronunzia è applicabile anche a tutti i processi già pendenti ed avviati prima della pronunzia stessa. Il parametro di riferimento fondamentale ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile si fonda sul giudizio di adeguatezza-inadeguatezza” dei «mezzi» dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio e sulla “possibilità-impossibilità «per ragioni oggettive»” dello stesso di procurarseli. Tale assunto è inscindibilmente connesso al raggiungimento dell’indipendenza economica” del richiedente: se si accerta che quest’ultimo è “economicamente indipendente” o è effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto il relativo diritto all’assegno divorzile.

L’accertamento nella fase dell’an debeatur atterrà solo alla persona dell’ex coniuge richiedente l’assegno come singolo individuo, cioè senza alcun riferimento al preesistente rapporto matrimoniale; mentre, nella fase del quantum debeatur è legittimo procedere ad un “giudizio comparativo” tra le rispettive “posizioni” personali ed economico-patrimoniali degli ex coniugi, secondo gli specifici criteri dettati dall’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970 per tale fase del giudizio.

Assegno divorzile: i principali indici per accertare la sussistenza o meno del diritto

I principali “indici”per accertare, nella fase di giudizio sull’an debeatur, la sussistenza, o no, dell'”indipendenza economica” dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio – e, quindi, l'”adeguatezza”, o no, dei «mezzi», nonché la possibilità, o no «per ragioni oggettive», dello stesso di procurarseli -possono essere così indicati:

    1. il possesso di redditi di qualsiasi specie;
    2. il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza («dimora abituale»: art. 43, secondo comma, cod. civ.) della persona che richiede l’assegno;
    3. le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo;
    4. la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Il Tribunale, Milano, sez. IX civile, ordinanza 22/05/2017, ha subito applicato i nuovi principi specificando che: “Per indipendenza economica deve intendersi la capacità per una persona adulta e sana – tenuto conto del contesto sociale di inserimento – di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali)”. “Un parametro (non esclusivo) di riferimento può essere rappresentato dall’ammontare degli introiti che, secondo le leggi dello Stato, consente (ove non superato) a un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato (soglia che, ad oggi, è di euro 11.528,41 annui ossia circa euro 1.000 mensili)”.

Il Tribunale di Milano, adeguandosi ai nuovi criteri di determinazioni, elaborati dalla Corte di Cassazione, ha aggiunto un altro elemento valutativo: l’importo minimo reddituale oltre il quale chi richiede l’assegno divorzile non può ottenerne il riconoscimento. Il reddito mensile minimo, per accedere all’assegno di divorzio, viene fissato in Euro 1.000, mensili.

Il Tribunale di Roma ha seguito l’orientamento della Corte di Cassazione ed ha evidenziato che per la verifica dei criteri dell’an debeatur è il richiedente a dover fornire la prova della insussitenza dei criteri elaborati dalla Corte di Cassazione. Tale principio prevede che sia la parte richiedente a dover dimostrare di essersi attivata per reperire un lavoro consono all’esperienza professionale maturata e al titolo di studi conseguiti. Il coniuge più debole che ha richiesto l’assegno di divorzio non può limitarsi a semplici prove generiche e non circostanziate. Deve, infatti, dimostrare di essere nell’impossibilità – per impedimento fisico o altro – di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Se dovesse limitarsi a dedurre di aver svolto incarichi occasionali non avrebbe sufficientemente provato quanto sopra e perderebbe il diritto all’assegno di divorzio.

Fonte: I nuovi criteri per la determinazione dell’assegno di divorzio (www.studiocataldi.it)

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Le chat su WhatsApp valgono come prova

Le chat su WhatsApp valgono come prova

Oggi 27 settembre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: chat whatsapp come prova

Le conversazioni whatsapp valgono come prova

Anche le chat di WhatsApp possono fare piena prova in giudizio e ormai sul punto la giurisprudenza non sembra mostrare più dubbi.

La chat su WhatsApp fa prova

Da ultimo, ad esempio, il Tribunale di Ravenna, con la sentenza numero 231/2017, ha condannato una donna a restituire all’ex amante i soldi che questi le aveva prestato per comprare un’auto proprio basandosi sul contenuto delle conversazioni intrattenute tramite chat e depositate agli atti.

Nei messaggini, infatti, la donna si era impegnata a restituire le somme all’uomo con il quale all’epoca intratteneva una relazione clandestina, versando delle rate mensili di 200 euro e offrendo servizi di pulizia domestica.

Tale circostanza, per i giudici, è sufficiente a escludere inequivocabilmente che le somme per l’acquisto del veicolo siano state corrisposte come atto di liberalità. Oltretutto, posto che i due erano stati solo amanti per un determinato periodo e che l’uomo ha una compagna e probabilmente anche la donna ha un partner, per i giudici non si comprende a quali regole del costume sociale corrispondessero le elargizioni.

Cassazione: messaggi, fonte di prova in giudizio

Come si è detto, la circostanza che gli sms possano costituire un’utile fonte di prova in giudizio è un principio che è ormai consolidato nelle aule di giustizia, suffragato anche dall’avallo dato da alcune sentenze della Cassazione.

Tra le più recenti, si pensi ad esempio alla pronuncia numero 5510 del 6 marzo 2017, con la quale i giudici hanno ritenuto i messaggini dell’amante del marito come una prova del tradimento commesso da quest’ultimo, idonea a giustificare l’addebito della separazione a carico del coniuge fedifrago.

Fonte: Le chat su WhatsApp valgono come prova (www.studiocataldi.it)

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Divorzio: chi taglia l’assegno rischia indagini della finanza

Divorzio: chi taglia l’assegno rischia indagini della finanza

Oggi 22 settembre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: assegno divorzile

Ital@Security Agency - Investigatore Privato - Assegno Divorzile

Il giudice non può tagliare l’importo dell’assegno divorzile senza prima aver valutato se sia necessario oppure superfluo, alla luce delle prove raccolte, accertare i redditi dell’ex marito tramite intervento della polizia tributaria.

La vicenda

Lo ha disposto la Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 21359/2017 accogliendo il ricorso di una donna il cui assegno divorzile era stato determinato, a suo favore, nella misura di 500 euro in prime cure, poi ridotto a 250 euro in appello dopo una valutazione dei redditi dell’ex marito.

La ricorrente deduce la violazione dell’art. 5, comma 9, della legge n. 898/1970 in quanto, secondo consolidata interpretazione della norma, al giudice sarebbe precluso respingere o accogliere parzialmente la domanda di assegno divorzile, per carente dimostrazione della consistenza economica e patrimoniale, nel caso siano state omesse indagini e verifiche fiscali.

Nel caso di specie, in particolare, la ricorrente aveva specificamente contestato che l’ex marito svolgeva un’attività imprenditoriale non dichiarata fiscalmente e pubblicizzata anche con uno specifico biglietto da visita e riscontrabile nei suoi movimenti bancari.

Il giudice d’appello, invece, ha ritenuto non acquisita la prova certa sul punto e ha determinato il reddito dell’ex marito sulla base della sola sommaria e parziale documentazione prodotta in giudizio, senza considerare che le circostanze dedotte dalla moglie non potevano essere provate senza attingere a informazioni inaccessibili a una parte privata.

Pertanto, secondo la ricorrente, il giudice a quo avrebbe dovuto disporre le opportune verifiche e le indagini di polizia tributaria prima di ricavare, in contrasto con la prima pronuncia, un reddito effettivo inferiore e tale da legittimare la riduzione dell’assegno.

Presupposti assegno di divorzio: accertamento attraverso la polizia tributaria se i dati istruttori non sono sufficienti

Una doglianza che, per la Cassazione, appare fondata. In tema di divorzio, precisano gli Ermellini, laddove il giudice di merito ritenga raggiunta aliunde la prova dell’insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell’assegno di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza, anche senza aver prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria.

Infatti, l’esercizio del potere officioso di disporre indagini, tramite l’autorità tributaria, sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, rientra nella discrezionalità del magistrato e non si tratta di un adempimento imposto dall’istanza di parte.

Tuttavia, questo esercizio di potere deve essere correlabile, anche per implicito, a una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti. Nel caso di specie, tuttavia, tale valutazione non è stata compiuta dalla Corte di appello.

Pertanto, va annullata la sentenza impugnata con rinvio affinchè la Corte d’Appello esprima una rinnovata valutazione sul punto, verificando se, alla luce degli elementi acquisiti, siano necessarie o superflue ulteriori indagini, anche tramite la polizia tributaria.

Fonte: Divorzio: chi taglia l’assegno rischia indagini della finanza (www.studiocataldi.it)

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Cedu: spiare le mail e le chat dei lavoratori è violazione della privacy

Cedu: spiare le mail e le chat dei lavoratori è violazione della privacy

Oggi 6 settembre 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: violazione privacy del lavoratore

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Con sentenza del 5 settembre 2017, la Cedu ha definito il caso B. v. Romania, sancendo che la sorveglianza del datore di lavoro sulle e-mail e sulle chat dei dipendenti è conforme alla convenzione solo se rispetta limiti ben precisi.

La vicenda

La vicenda alla base della pronuncia della Corte europea dei diritti umani riguardava un lavoratore rumeno che era stato licenziato per aver utilizzato internet e la casella di posta lavorativa per fini personali durante l’orario di lavoro. Il dipendente, di fronte a tale provvedimento, aveva obiettato che il comportamento del suo datore di lavoro era in contrasto con il diritto alla privacy della corrispondenza, tutelato anche dall’articolo 8 della CEDU.

Dopo che i tribunali rumeni gli avevano dato torto, il lavoratore aveva interessato i giudici di Strasburgo una prima volta, ma con esito negativo: con sentenza del 12 gennaio 2016, la Corte aveva infatti ritenuto che l’accesso del datore di lavoro alla corrispondenza elettronica del suo dipendente, trasmessa attraverso l’account aziendale per finalità private e in violazione dei suoi obblighi, non fosse in contrasto con il diritto alla vita privata di cui all’articolo 8 della Cedu.

Mail dei lavoratori: freno sui controlli aziendali

La vicenda, tuttavia, non si è arrestata a tale pronuncia ma è giunta sino alla Grande Sezione della Corte, la quale, con la sentenza in commento, ha riformato la posizione assunta in primo grado, condannando la Romania.

Le Corti nazionali, infatti, non hanno assicurato un’adeguata protezione del diritto del lavoratore al rispetto della propria vita privata e della propria corrispondenza personale. Si tratta, per la Cedu, di una violazione dell’articolo 8, derivante dal mancato accertamento che la privacy fosse stata garantita sotto il profilo dell’informazione preventiva sui controlli, che per questi ultimi avrebbero potuto essere utilizzate modalità meno intrusive e che l’accesso alle e-mail del lavoratore fosse possibile a insaputa di questo.

Fonte: Cedu: spiare le mail e le chat dei lavoratori è violazione della privacy (www.studiocataldi.it)

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Visite fiscali: da oggi tutte in capo all’Inps

Lecito assoldare l’investigatore per spiare il dipendente

Oggi 14 giugno 2017 l’agenzia investigativa – investigatore privato [email protected] Agency propone il seguente argomento: visite fiscali

Ital@Security Agency - Visite Fiscali Inps

Controlli ai dipendenti in malattia anche più di una volta al giorno. Il Polo unico per le visite fiscali con l’Inps che gestirà anche i controlli medici dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, a partire da domani, implica anche questa ulteriore stretta.

Come si legge su Italia Oggi, «Il numero dei controlli sarà molto alto e sarà possibile che il dipendente in malattia possa essere sottoposto al controllo anche più volte al giorno» chiarisce il presidente dell’Istituto di previdenza, Tito Boeri.

Inps, efficacia migliore per i controlli

Migliorare l’efficacia dei controlli per garantire un servizio più uniforme, uno degli obiettivi della riforma della normativa. Così, per i dipendenti pubblici, la percentuale delle visite fiscali dovrebbe essere maggiore rispetto a quella dei dipendenti privati, al momento valutata intorno al 5% dei certificati presentati. Secondo i dati del 2015, rispetto ad 6 milioni di certificati presentati, i controlli dovrebbero superare di molto quota 300mila. L’obiettivo è passare nei prossimi anni dagli attuali 300mila a oltre mezzo milione di verifiche sui lavoratori pubblici, anche con visite reiterate soprattutto a ridosso dei weekend e delle festività.

Per Boeri i controlli saranno mirati, considerato che le assenze per malattia si concentrano in prossimità dei giorni feriali. «Controlli più efficaci saranno un deterrente contro il comportamento opportunistico: impariamo guardando all’esperienza e ai fattori di rischio. Sappiamo che possono esserci abusi o comportamenti opportunistici» specifica Boeri. A sostegno di queste misure ci saranno 17 milioni di euro e, a regime, all’attività di controllo saranno destinati 50 milioni di euro l’anno.

Inps, efficacia migliore per i controlli

Migliorare l’efficacia dei controlli per garantire un servizio più uniforme, uno degli obiettivi della riforma della normativa. Così, per i dipendenti pubblici, la percentuale delle visite fiscali dovrebbe essere maggiore rispetto a quella dei dipendenti privati, al momento valutata intorno al 5% dei certificati presentati. Secondo i dati del 2015, rispetto ad 6 milioni di certificati presentati, i controlli dovrebbero superare di molto quota 300mila. L’obiettivo è passare nei prossimi anni dagli attuali 300mila a oltre mezzo milione di verifiche sui lavoratori pubblici, anche con visite reiterate soprattutto a ridosso dei weekend e delle festività.

Per Boeri i controlli saranno mirati, considerato che le assenze per malattia si concentrano in prossimità dei giorni feriali. «Controlli più efficaci saranno un deterrente contro il comportamento opportunistico: impariamo guardando all’esperienza e ai fattori di rischio. Sappiamo che possono esserci abusi o comportamenti opportunistici» specifica Boeri. A sostegno di queste misure ci saranno 17 milioni di euro e, a regime, all’attività di controllo saranno destinati 50 milioni di euro l’anno.

I destinatari dei controlli

È bene ribadire che la riforma attribuisce all’Inps competenza esclusiva sulle visite mediche di controllo (finora effettuate dalle Asl) oltre che ai lavoratori privati, anche a quelli pubblici. Destinatarie dei provvedimenti tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende e amministrazioni dello Stato a ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali. Saranno esclusi dal polo unico i dipendenti delle forze armate, della polizia e dei vigili del fuoco.

Cambieranno le fasce di reperibilità

Cambieranno le fasce di reperibilità per il dipendente pubblico in malattia dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 15 alle 18, mentre per i dipendenti privati, la fascia di reperibilità è ridotta dalle ore 10 alle 12 e dalle ore 17 alle 19. Si cercherà, come obiettivo futuro, di armonizzare questa discrasia in conformità a quanto avviene già in Europa. Ma, per ora, il decreto ancora non è pronto e i controlli seguiranno gli orari attuali.

Fonte: Visite fiscali: da oggi tutte in capo all’Inps(www.studiocataldi.it)

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